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L'Arpa del Gran Maestro - articolo PDF Stampa E-mail

ONTOLOGIA MASSONICA

 

L’arpa del Gran Maestro

 

I dialoghi di Lessing e Herder mettono in luce l’armonia scaturita dall’unione tra illuminismo e neoplatonismo

 

di Silvia Ronchey

 

Mozart e Goethe, Mesmer e Lavater, Robespierre e De Maistre. Quasi nessun intellettuale nel secolo della rivoluzione francese è riuscito a non essere massone. Il fatto è che illuminismo e massoneria non solo avevano ideali comuni, ma condividevano un linguaggio. Libertà, fraternità, soprattutto uguaglianza – tra classi e non solo tra pari grado – erano parole d’ordine anzitutto massoniche, come si vede bene negli scritti di due filosofi tedeschi, maestro e discepolo, illuministi e massoni, ora raccolti e per la prima volta tradotti in italiano con testo a fronte nel volume della collana di Giovanni Reale, Il Pensiero occidentale, l’ultimo ad avere visto la luce prima della morte del suo ideatore e direttore. L’Ernst e Falk di Lessing, suddiviso in cinque contraddittori, e i Massoni di Herder, due conversazioni che proseguono quelle del maestro, sono composti programmaticamente nella forma platonica – e teatrale – del dialogo e da molti considerati la vetta della filosofia massonica moderna.

Possiamo davvero parlare di vetta, o di filosofia? In un celebre aforisma Nietzsche scrisse che Herder «ebbe la sfortuna che i suoi scritti fossero sempre insieme troppo nuovi e già invecchiati»,  fossero «qualcosa di vecchio fin dal loro apparire». Forse aveva intuito una verità, ma senza comprenderne le implicazioni. Forse quella attribuita da Nietzsche a Herder è in realtà l’essenza del pensiero massonico: un pensiero antifilosofico che ha il preciso intento di essere al di sopra della portata degli incolti e al di sotto di quella degli intellettuali di professione.

Da parte di entrambe le categorie finisce per essere sottovalutato, ma è a un altro gruppo, per così dire mediano, che si rivolge: a quegli «uomini saggi che nei vari Stati non soggiacciono ai pregiudizi della loro religione di nascita, che non si lasciano abbagliare dalle elevate distinzioni civili, cui non ripugna l’irrilevanza sociale, ma che sono superiori ai pregiudizi del popolo e sanno esattamente quando il patriottismo cessa di essere virtù» – quegli uomini che Lessing fa descrivere a Falk alla fine del secondo dialogo con Ernst e che compongono il clero laico di una «chiesa invisibile».

Questi uomini “saggi” univano al culto della ragione proprio dell’illuminismo quello dell’antica sophia dei greci. Saggezza e ragione, Weisheit und Vernunft, canta Sarastro nel più celebre e diffuso manifesto massonico del Settecento tedesco, il Flauto magico di Schikaneder e Mozart. Secondo Lessing e Herder la massoneria è sempre esistita perché i suoi principi sono connaturati all’anima umana e perché il suo nucleo è innato, universale ed eterno come l’anima mundi e come lo spirito del mondo, il Weltgeist.  

Che l’ontologia massonica di Lessing affondi le sue radici non solo nella tradizione degli antichi culti misterici ma specificamente in quella del neoplatonismo e nella sua idea di anima del mondo è stato già da tempo argomentato dal curatore del volume Moreno Neri, che ce lo ricorda a più riprese, sommessamente, con tipico understatement, nell’immenso lavoro di traduzione e di commento. È solo apparente il contrasto tra la matrice illuministica settecentesca e quella neoplatonica antica e bizantina, anche questa permeata di egualitarismo e utopia sociale, anche questa insieme mistica e razionale, esoterica e pratica, “speculativa” e “operativa”, per usare una distinzione avversata da Guénon. È l’eredità delle scuole platoniche e neoplatoniche greche, perpetuate carsicamente lungo tutto il millennio di Bisanzio in un flusso ininterrotto dove la distinzione tra paganesimo e cristianesimo era irrilevante, a trasmettersi al rinascimento italiano e europeo per il concreto e personale tramite degli ultimi emigrés bizantini guidati da Giorgio Gemisto Pletone. È dalle fratrìai di quei greci, trapiantate a nordovest all’inizio dell’età moderna, che nascerà la fraternitas massonica settecentesca, nuova e globale fratrìa di cui l’illuminismo tedesco sgombrerà gli argini e sonderà i confini.

La complexio oppositorum illuminismo-neoplatonismo è l’elemento della cultura  se non della filosofia  massonica che i dialoghi di Lessing e Herder, grazie anche al loro commento, mettono in luce.  Se nell’unione sapienziale degli opposti si realizza l’armonia universale, quella colossale arpa dalle molte corde che Herder vede in mano al Gran Maestro del mondo, come annoterà Heine in calce al suo secondo dialogo, è all’insegna di un’armonia discorde, dissonante e spesso dissacrante, che si rifonda la mass-masonry, la nuova massoneria massificata nel mondo della rivoluzione industriale.

Lessing sostiene il diritto all’autoiniziazione, fondata sul riscontro individuale, sull’intimo riconoscimento, sull’intuizione privata dei princìpi massonici,  contrapposta al ritualismo narcististico dell’iniziazione esteriore. In politica legalista, democratico e libertario, in questi scritti esoterici Lessing fa balenare così un ideale anarchico e elitario, se non perfino reazionario, che culmina nel motto sibillino con cui si chiude il primo dei contraddittori tra Ernst e Falk: «Le vere azioni dei massoni hanno l’obiettivo di rendere superflua la maggior parte di quelle che si considerano comunemente buone opere».

Più leggibile e forse più attuale la formula con cui Herder definisce lo scopo della «ricostruzione massonica dell’umanità»: essere onesti, prendere con semplicità in mano la cazzuola e «realizzare il bene là dove la politica dei governi non arriva o fallisce, ovvero dare aiuto ai deboli, ai poveri e ai giovani».

 

 

G.E. Lessing – J.G. Herder, Dialoghi per massoni, a cura di Moreno Neri, Bompiani, pagg.542, € 30,00

 
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